Coppia infelice: Non è vero che “si resta insieme solo per abitudine”

In questo articolo vediamo perché non è vero che si resta insieme solo per abitudine. Infatti alcune coppie infelici restano in relazione anche quando le cose non vanno alla grande, ma inconsapevolmente ci restano apposta.

Questa frase ti suona familiare?

“Quei due stanno insieme da una vita. Fanno tira e molla ma alla fine lei torna da lui e lui altrettanto.”

Molte coppie infelici stanno insieme “nonostante tutto”. Dove quel “nonostante tutto” è spesso il dolore, la frustrazione, l’infelicità, l’insoddisfazione, l’infedeltà e, talvolta, l’aggressività.

Un esempio è la coppia infelice di…

Luigi e Nora

È sabato sera, Nora è da poco tornata da lavoro. Vorrebbe uscire con Luigi per mangiare la pizza e gli chiede “ti disturbo?”. Lui ha le cuffie nelle orecchie e fa spallucce. Lei capisce di disturbare e non osa richiedere altro. Luigi comprende che non era nulla di importante e continua nella sua attività.

Nora dice che Luigi è scostante e che per questo motivo si sente infelice e se ne lamenta. Luigi si sente “pressato” da questa lamentela, perché non gli è chiaro cosa c’è che non va.

In più, Nora minaccia di lasciare Luigi perché è infelice, ma allo stesso tempo non riesce a distaccarsene e continua a ripetere “è più forte di me”.

Certo, non tutte le coppie arrivano a saldare un legame nell’infelicità. Ma è altrettanto vero che non tutti riescono a sganciarsi da relazioni insoddisfacenti.

Perché?

Una verità è che le relazioni tra le persone seguono modelli mentali e relazionali che fanno da guida. Come i copioni al teatro, nella nostra mente seguiamo degli schemi psicologici che inconsapevolmente ci spingono ad agire, sentire, pensare e relazionarci in un determinato modo.

Quindi non è vero che si sta insieme solo per abitudine, e questo esempio dei “copioni” è uno dei motivi per cui spesso si dice anche “capitano tutti a me”.

Se da un lato pare che abbiamo una calamita per l’attrazione fatale dei “casi umani“, dall’altro è altrettanto vero abbiamo un lanternino attaccato al collo, super efficiente a farci scovare proprio le persone che ci renderanno infelici.

MA DAVVERO?!?

Eh sì. Non importa in quale angolo buio dell’universo si siano nascosti, li scoveremo. E, a quanto pare, è una verità molto quotata nel mondo scientifico: La psicologia spiega questo meccanismo attraverso gli studi sull’Attaccamento. In più, come se non bastasse, molti esiti scientifici (compresi quelli che studiano gli effetti delle psicoterapie) si focalizzano su questi aspetti: scegliamo persone che potenzialmente ci staranno sulle pal*e!

Paroloni a parte. Oggi spieghiamo perché non è vero che si resta insieme solo per abitudine!

Perché non ci si lascia? Non è vero che “si resta insieme solo per abitudine”

Le coppie si mettono su grazie a degli agganci relazionali che avvengono secondo gli schemi mentali instaurati nell’infanzia. Questi modelli sono guidati da processi di comunicazione distorta; si strutturano e si cronicizzano nel tempo in modo da assicurare una costante infelicità. 

 

Sembra tutto così nefasto. Effettivamente, a volte ci si mette d’impegno a rovinarsi la vita, ma a nostra discolpa abbiamo il fatto che tutto ciò avviene inconsapevolmente

Almeno fino ad ora! 🙂 

Lo so: è fastidioso sapere che scegliamo noi i “casi umani”. Ma tant’è. E, lo confido candidamente: da neofita scettica, non ci credevo nemmeno io. E penso proprio di non essere l’unica.

Nel tempo mi sono dovuta ricredere. Adesso so che in alcune relazioni insoddisfacenti e infelici che avevo anni fa… ci sguazzavo come una paperella in un laghetto!

Dicevamo: perché non ci si lascia? Possiamo dividere la risposta in due sezioni: Una visione individuale e una relazionale. Le due si incontrano perfettamente.

 

La visione individuale: Il bisogno di coerenza

In una coppia siamo anche individui. Ed è quasi scontato dire che un primo “perché non ci si lascia” è interno alle singole persone.

Si tratta di restare insicuri per sentirsi al sicuro. Non sono impazzita. Però, se stai pensando che è un paradosso controproducente, ti do ragione. La mente funziona anche così: per logica e talvolta per paradossi.

Cosa vuol dire?

Tutti i nostri pensieri, giudizi, decisioni vengono regolati da un bisogno umano molto forte: la coerenza.

Questo bisogno ci spinge a trovare fuori e dentro di noi una continua conferma a quei modelli mentali che si sono andati costruendo sin dall’infanzia.

Quindi, scegliamo come partner persone che confermano quei modelli (felici o infelici che siano) e inconsapevolmente continuiamo a mantenere la relazione perché questa rafforza le aspettative inconsapevoli che abbiamo su noi stessi e gli altri.

Se inconsapevolmente riteniamo di non essere degni di amore, cercheremo e staremo con compagni/e che confermeranno, per coerenza, questa visione.

Hai presente il caso di Nora e Luigi? Facciamo un passo indietro: Quando Nora era bambina, chi si prendeva cura di lei era spesso rifiutante, poco attento alle sue attività. Quando disegnava e mostrava i disegni ai suoi, ricorda ancora che i genitori facevano una smorfia e poi continuavano le loro attività. Guarda caso, Nora è sempre stata abituata a legarsi a persone scostanti e rifiutanti anche da adolescente.

A dirla tutti, i ragazzi premurosi non le sono mai piaciuti! Li reputa “noiosi” e preferisce quelli un po’ “misteriosi”.

In sostanza, Nora conosce la relazione come una modalità in cui aspettare infelice una reazione rifiutante. Quello è ciò a cui è abituata e per effeto “coerenza”, e inconsapevolmente ci resta apposta..

 

Una visione “dall’alto”: Il gioco relazionale

Tuttavia, in questa coppia non c’è solo Nora!

Ognuno di noi gioca un ruolo nelle proprie relazioni: La moglie bisbetica e il marito silenzioso. La donna tuttofare e il marito che si adagia. L’uomo geloso e la donna che resta chiusa in casa. 

E potremmo continuare all’infinito. 

Assumendo una visione dall’alto, infatti, questi ruoli vengono perfettamente “giocati” da una squadra. 

E al mondo esistono squadre vincenti e squadre perdenti. 

Nelle coppie si instaurano dei giochi relazionali, dove i partner si comportano in modo “perfetto” per costruire infelicità, quasi come due ingranaggi che combaciano

Infatti, anche Luigi non approfondisce i segnali impliciti lanciati da Nora, fa spallucce e resta in un mondo tutto suo. Evita spesso sia il conflitto sia la vicinanza emotiva, preferendo ai battibecchi un’attività solitaria.

Praticamente, Luigi e Nora, insieme, sono perfettamente… infelici!

La visione relazionale, che fonda le sue radici nell’approccio Sistemico, in realtà completa la visione individuale. Due individui che seguono due copioni diversi ma complementari, giocano una partita relazionale dove tanto si può perdere o vincere, tanto si può finire 0-0, senza possibilità di rivincita. 

A questo punto non è più lui “lo stronzo” e lei la “povera vittima”. Non è più lei “l’ossessiva” e lui “l’assente”. Diventano invece perfettamente incastrati in un gioco di dipendenza reciproca, dove lui è assente proprio perché lei è ossessiva e lei è morbosa proprio perché lui è assente. 

Nessuno dei due ha “colpe”, ma entrambi condividono una responsabilità: essere connessi da un copione simile sullo stesso palcoscenico. E non ci si lascia perché si è sia registi sia co-protagonisti di una rappresentazione che molto spesso diventa un dramma, ma di cui nessuno dei due può fare a meno.

La chance del cambiamento…

Dopo un percorso di coppia, la vita relazionale di Luigi e Nora è sensibilmente migliorata.

Adesso, Nora sa che può chiedere esplicitamente a Luigi se ha voglia di uscire con lei a mangiare la pizza e Luigi sa che può rispondere esplicitamente a una domanda chiara.

Può sembrare un’interazione banale ma in quel funzionamento di coppia inconsapevole, Nora era abituata sin da bambina a non fare richieste esplicite e ad aspettarsi rifiuto, mentre Luigi aveva imparato a essere fumoso e vago nelle interazioni.

Ora entrambi conoscono i propri modi di interagire e non ci cascano più.

… la speranza dell’evoluzione

Quando la coppia è legata dal malessere e ripercorre sul palco i soliti passi infelici, c’è da cambiare parti al copione.

Iniziare a prendere questa consapevolezza può modificare il gioco relazionale in una serie di scene più appaganti: la trama evolve.

Cambiare il copione non vuol dire solo (o per forza) cambiare il partner, ma mettersi in gioco in egual misura affinché si spezzi un circolo vizioso e se ne inizi uno virtuoso.

La domanda che, a questo punto, più frequentemente viene fatta è

“Come faccio a cambiare?”

Sono onesta: da soli c’è ben poco da fare perché i copioni sono ben radicati nella parte più inconsapevole dei nostri modi di fare, agire, pensare e sentire… Senz’altro iniziare a essere consapevoli può giocare a nostro favore per mettere in atto comportamenti diversi:

ad es.: dialogare insieme al partner su come ci si sente, lasciare spazio alle espressività dell’altro quanto alla propria, comunicare in modo assertivo i propri sentimenti, le proprie angosce e paure, i propri desideri.

Spesso di fronte a questi primi tentativi non si hanno risultati soddisfacenti, perché per loro natura i modelli mentali e relazionali tendono ad auto-perpetrarsi e a non estinguersi.

Per questo motivo, una terza figura diventa necessaria per far evolvere la coppia a uno stato di cambiamento proficuo: Lo psicologo e lo psicoterapeuta sono le figure che aiutano la coppia e gli individui a riconoscere le proprie difficoltà, i propri giochi relazionali, i meccanismi disfunzionali e a iniziare un processo comunicativo molto più appagante e proficuo.

 

Qual è la tua esperienza? Hai riconosciuto qualcuna di queste modalità nella tua coppia o nei tuoi modi di relazionarti? Se ti va, puoi lasciare un commento!

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Sono Psicologa, specializzanda in Psicoterapia. Nel mio lavoro, aiuto le persone a vivere in maniera ottimale le loro vite e le relazioni con le persone a cui sono connesse. In consulenza ai metodi di studio, supporto gli studenti universitari nelle loro carriere accademiche calibrando i metodi efficaci individuali ai loro percorsi di studio. Dal 2016 sono Dottoranda di Ricerca e Cultrice della Materia presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università Vanvitelli di Caserta; dal 2014 sono Assistente di Ricerca in Psicologia dello Sviluppo, presso lo stesso Dipartimento, dove mi sono laureata con lode in Psicologia Applicata ai Contesti Istituzionali. Il mio motto è "Non esistono problemi invincibili, ma soluzioni da trovare e narrazioni alternative da costruire."

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