Effetto Prima Tazza: Perché bere caffé non ti aiuta nello studio

Oggi ti spiego perché bere molti caffè in una sola giornata non ha un grande effetto sul tuo studio.

Prima, voglio raccontarti un episodio simpatico a proposito di caffè e giornate universitarie.

 

Qualche anno fa, quando ero ancora studentessa, ero sotto stress perché stavo preparando l’esame di Pedagogia della Cura.

Ricordo che era marzo, mi trovavo nell’aula studio del Dipartimento di Psicologia che frequentavo e condividevo la noia dello studio pomeridiano insieme ad altri colleghi, tutti sotto esame come me, riuniti ad un unico grande tavolone marrone.

A un certo punto, sfiniti dalla continua ripetizione del programma, decidemmo di alzarci a fare due passi fuori dall’aula per sgranchirci le gambe e prendere tutti insieme un caffè.

Tra i tintinnii delle monete, i suoni del distributore automatico e le chiacchiere ansiogene di noi studenti sotto esame, qualcuno di noi, folgorato non so da cosa, iniziò a chiedere ai presenti “a quanti caffè sei arrivat*?!”.

Molti erano colpevoli di abuso: chi 3, chi 4, chi addirittura 6.

Ricordo il mio sconcerto che probabilmente traspariva dal volto: ero al misero secondo caffè e il primo lo bevvi a colazione. Ricordo chiaramente le parole di un mio collega “Beata te! Si vede che riesci a concentrarti facilmente, allora!”.

Ma per un piffero. Solo che, forse,  quella del caffè era tutta una montatura scenografica per noi studenti che amavamo lamentarci.

Come quando dici “Ho l’ansia non so niente” e poi torni a casa trionfante. Eh eh.

Oggi da psicologa umana che adora il caffè so anche che se preso a ripetizione a pause di poche ore è una grossa cavolata. Ce lo spiega la Cronopsicologia, materia che studia i ritmi circadiani sonno-veglia e le regolazioni della vigilanza con le sostanze psicotrope.

 

Perché l’abuso di caffè non aiuta il tuo studio: EFFETTO PRIMA TAZZA

Tra gli studenti, quindi, circola questa convinzione che il caffé può essere usato per tenerci svegli e belli attivi in modo da poter studiare quanto più tempo possibile.

 

Niente di più sbagliato.

  1. abbiamo bisogno del sonno proprio per apprendere e in parte lo dicevo già qui
  2. solo il primo caffè fa l’effetto desiderato, le tazzine successive lasciano il tempo che trovano

Mi soffermo sul secondo punto, che la Cronopsicologia definisce EFFETTO PRIMA TAZZA.

 

Partiamo da due concetti concatenati tra loro.

Il primo è che il caffè non “funziona” tanto bene con le tazzine che prendiamo di solito, poiché le dosi di caffeina (80 mg per tazza, circa) sono basse rispetto a quelle che darebbero una vera stimolazione alla vigilanza, che agirebbero in modo benefico sulla prestazione delle funzioni esecutive (psicologiche e neuropsicologiche) con sensazione di alertness (cioè di sentirsi svegli e pimpanti). Le dosi che creano tali effetti sono molto più alte rispetto a quelle contenute in una tazzina di caffé, e variano dai 250 ai 300 mg.

Quindi con una prima tazzina riusciamo ad avere un piccolo effetto sull’alertness, seppure in minima parte. Non scendo troppo nei dettagli biologici (tra l’altro, qui ti racconto la mia ansia per l’esame di biologia), perché faccio la psicologa e non sono biologa, ma per completezza di informazioni ti basti sapere che la caffeina ha un’azione sul sistema adenosinergico: ossia riduce i livelli di adenosina (che secondo studi scientifici è una sostanza che si accumula con la veglia prolungata e la sonnolenza).  A sua volta questa riduce la sua attività inibitoria sull’acetilcolina dei lobi frontali, deputati a molte funzioni esecutive superiori, come l’inibizione dell’impulsività, il decision making, il ragionamento, etc. tutte funzioni utilizzate nello studio.

 

Il secondo aspetto è che,

dopo questo blando effetto della prima tazzina di caffè sulle funzioni esecutive, le tazze successive non attecchiscono più sui nostri neuroni.

Zero. Nein. E ciò è dovuto a una “chiusura” dei nostri neuroni dopo la prima somministrazione di caffeina.

Ecco cosa accade

Non me ne vogliano i biologi, ma tenterò di spiegarlo molto semplicemente, così come hanno insegnato a noi psicologi.

I recettori delle cellule che ricevono la caffeina vengono regolati “in basso” (in gergo, sono down-regulated): ogni volta che aumentiamo la caffeina a disposizione delle nostre sinapsi, le cellule “tirano dentro” i recettori e vengo regolate in basso, quando invece manca la sostanza, le cellule aumentano la disponibilità dei recettori di quella sostanza, perché cercano in tutti i costi di “acchiapparla”.

Quindi se prendiamo una tazza di caffè, i recettori recepiscono la caffeina e “rientrano”, le cellule non captano più la sostanza e il caffè ha un effetto nullo.

E allora che si fa?

Questa cosa dei caffé come stimolazione dello studio e dell’apprendimento è una convinzione (errata) che, se creduta e connessa alle azioni quotidiane, diventa abitudine.

Ora che sappiamo che è un abitudine non utile ai nostri obiettivi, possiamo cambiare strategia e cercare comportamenti adeguati ed efficaci al nostro studio.

Il mio suggerimento è quello di dormire adeguatamente, sia per favorire il corretto funzionamento del nostro organismo, sia per contribuire in modo proficuo all’apprendimento (che avviene anche in sonno, come ti scrivevo qui.

 

Inoltre, il sonno salva anche coi pisolini pomeridiani, utilissimi per riprendere le forze mentali e rimettersi sui libri. Attenzione però a non eccedere, perché troppo tempo in sonno aumenta i tempi di inerzia cognitiva al risveglio, cioè ci si sente intontiti. Gli studi di Cronopsicologia consigliano tra i 10 e i 20 minuti massimo di pisolino, per sentirsi rinfrescati.

Ma, ovviamente, tutto cambia in base alle singole persone. Quindi sperimenta e non accontentarti: modifica via via le tue abitudini fin quando non trovi quelle più efficaci per te. E se hai bisogno di consulto, affidati ai professionisti qualificati per farlo!

 

Il metodo di studio non esiste, esistono i metodi efficaci individuali!

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Sono Psicologa, specializzanda in Psicoterapia. Nel mio lavoro, aiuto le persone a vivere in maniera ottimale le loro vite e le relazioni con le persone a cui sono connesse. In consulenza ai metodi di studio, supporto gli studenti universitari nelle loro carriere accademiche calibrando i metodi efficaci individuali ai loro percorsi di studio. Dal 2016 sono Dottoranda di Ricerca e Cultrice della Materia presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università Vanvitelli di Caserta; dal 2014 sono Assistente di Ricerca in Psicologia dello Sviluppo, presso lo stesso Dipartimento, dove mi sono laureata con lode in Psicologia Applicata ai Contesti Istituzionali. Il mio motto è "Non esistono problemi invincibili, ma soluzioni da trovare e narrazioni alternative da costruire."

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